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Gnosticismo-Cristiano: gli Spirituali o Ecclesia Viterbiensis

January 9, 2017

Juan de Valdés (1505-1541) è stato un illustre predicatore riformista che è diventato piuttosto famoso nelle corti nobiliari italiane del XVI secolo. Tra conversos e relapsos, cioè spagnoli convertiti al cristianesimo o riconvertiti all'ebraismo, diversi famigliari di Valdés si erano già duramente scontrati con l'Inquisizione spagnola, nonostante godessero di una rispettabile posizione sociale: il padre Fernando era governatore di Cuenca e il fratello Alfonso era diventato segretario di Stato dell'imperatore Carlo V. Lui stesso iniziato tra gli Alumbrados spagnoli sotto Pedro Ruiz de Alcaraz, movimento mistico e settario, venne costretto alla fuga dopo la condanna del suo maestro per rifugiarsi a Granada dove studiò all'Università di Alcalà de Henares, un ambiente culturale profondamente influenzato dalle teorie di Erasmo da Rotterdam. Giunto in Italia nel 1531 addirittura come cubiculario personale di papa Clemente VII, Giulio di Giuliano de Medici, già nel 1533 si trasferì a Napoli dove si affermò in pochi anni come predicatore in riunioni private presso il suo palazzo di Mergellina, attirando soprattutto elementi dei ceti sociali napoletani più agiati e influenti. Tra i membri di questo particolare circolo di Alumbrados italiani c'erano l'illustre contessa Giulia Gonzaga Colonna (1513-1566), musa dipinta da Tiziano e cantata da Ariosto e Tasso, il letterato umanista Marcantonio Flaminio (1498-1550), l'umanista e protonotario apostolico Pietro Carnesecchi (1508-1567), accolto nella famiglia Medici, il segretario del Nunzio Apostolico del Regno di Napoli Apollonio Merenda (1498-1567), il cardinale Ercole Gonzaga (1505-1563), il frate cappuccino Bernardo Ochino da Siena (1487-1564), il monaco mantovano Benedetto Fontanini (1495-1556),  il vescovo umanista Vittore Soranzo (1500-1558), l'umanista Jacopo Bonfadio (1508-1550) e il teologo Pietro Martire Vermigli (1499-1562).

Gli aspetti dottrinali più reazionari di Valdés riguardavano in particolare la Grazia divina, concessa esclusivamente da Dio agli uomini e non per loro merito, ma solo per fede, proclamando così l'inutilità delle opere meritorie, elemento in comune con lo scisma protestante. Non solo la condotta umana non doveva essere necessariamente retta, ma, come scriveva Vittoria Colonna "non può gustare il bene chi non ha conosciuto il male", intendibile in ottica luterana come necessità di riconoscersi come peccatore prima di poter aspirare alla salvezza, che lascia comunque una certa tolleranza verso la condotta peccaminosa. Il processo di rivelazione interiore di Dio sarebbe dovuto avvenire tramite l'aiuto dello Spirito Santo e non dell'insufficiente ragione umana, cioè con quella luce interiore che illumina le Scritture come "una candela in un luogo oscuro", come scriveva Valdés, in quanto la vera fede non può essere appresa dalle stesse Scritture, ma "fabbricata nell'anima nostra dalla virtù divina dello spirito santo". La conoscenza non razionale ma spirituale di Dio tramite illuminazione diventa quindi l'unico elemento sufficiente e necessario per la grazia divina. Per questi motivi il movimento carismatico di Valdés può essere considerato a tutti gli effetti di stampo gnostico-cristiano. Le conseguenze di questa dottrina implicavano un rapporto interiore, diretto e personale dei fedeli con Dio che li emancipava dalla mediazione della Chiesa di Roma e dal rispetto dei suoi precetti, mettendo in discussione l'intera costruzione ecclesiastica sin dalle sue fondamenta e predicavano una Chiesa purificata "sine macula et ruga". Erano comunque ostili anche verso la scissione luterana in quanto sostenitori di un "vincolo di unità e pace" nella Chiesa Universale. Lo stile di vita valdesiano fu così sintetizzato da Carnesecchi: <attendere come se per la sola fede s’avesse a salvare e d’altra parte attendere ad operare come se la sua salute consistesse nelle opere>.

Dopo la morte di Valdés nel 1541 Giulia Gonzaga divenne erede di tutti i suoi scritti e principale promotrice dei suoi discepoli che però si allontanarono da Napoli, anche perché il movimento aveva cominciato ad insospettire la Chiesa di Roma che stava cercando di riorganizzarsi per rispondere duramente all'eresia luterana e al proliferare di riformismi non ortodossi. Anche la colta poetessa e marchesa Vittoria Colonna (1490-1547) si unì al movimento diventando subito uno dei suoi più importanti promotori in tutta Italia al pari di Giulia Gonzaga. Ochino e Flaminio vennero entrambi ospitati presso la prestigiosa residenza fiorentina di un'altra illustre dama intellettuale, la duchessa Caterina Cybo (1501-1557), nipote di papa Innocenzo VIII e anche di Lorenzo il Magnifico, che diventerà la protagonista dell'opera di Ochino "Dialogi sette".

All'istituzione del Sant'Uffizio (o Congregazione della sacra romana e universale inquisizione) nel 1542 Ochino si rifugiò in via cautelare in Svizzera seguito da Vermigli, già accusato di eresia a Napoli, atto che venne visto come una conferma dei sospetti di eresia contro l'intero movimento di Valdés. Anche Marcantonio Flaminio cercò protezione all'estero entrando a far parte del seguito del cardinale inglese Reginald Pole (1500-1558), cugino di re Enrico VIII d'Inghilterra e uno dei personaggi cardine della controriforma, anch'esso però esule, in particolare per la sua opposizione al matrimonio del re con Anne Boleyn (Anna Bolena), che di fatto diede origine allo scisma anglicano.

A questo punto il baricentro del movimento diventò Viterbo, già città papale e pericolosamente vicina a Roma, sotto l'alta protezione dell'ancora insospettabile Reginald Pole eletto dal 1540 a Legato del Patrimonio di San Pietro. I seguaci di Valdès cominciano ad essere definiti anche come "Spirituali", o "Evangelici" (forse per confusione con gli omonimi valdesiani ma seguaci di Pierre Valdès, detti anche “poveri di Lione”) e scherniti come "Ecclesia Viterbiensis".

In questo periodo si unirono al movimento personalità di spicco come il nobile patrizio veneziano Alvise Priuli, il cardinale Giovanni Gerolamo Morone e l'alto prelato umanista Ludovico Beccadelli, già Segretario del concilio di Trento. Tra i promotori troviamo i sempre molto attivi Vittoria Colonna e Vittore Soranzo. E' doveroso constatare che diversi membri del gruppo viterbese erano discepoli degli illustri umanisti Pietro Bembo (1470-1547) e Trifone Garbiele (1470-1549) che però non vennero mai considerati parte degli Spirituali.

Il cardinale Gasparo Contarini (1483-1542), di cui Beccadelli era segretario, fu fortemente legato al cardinale Reginald Pole, ma mantenne sempre prudentemente un ruolo distaccato, cercando di aiutare indirettamente i viterbesi dal punto di vista diplomatico come per altro lo stesso Beccadelli, motivo per cui nessuno dei due verrà mai condannato di eresia anche se accusato. Contarini sostenne con prudenza l'ipotesi di una riconciliazione della Chiesa di Roma coi luterani ai colloqui di Ratisbona del 1541, percorso che avrebbe riabilitato anche i discepoli di Valdés, ma che venne dichiarato subito impraticabile dalla Curia romana. Opportunamente Contarini si distinse anche come apparentemente ortodosso, accusando di filo-protestantesimo il trattato "De unitate et pace ecclesiae" del diplomatico Pietro Paolo Vergerio, l'inviato di papa Paolo III per convincere Martin Luther a ritrattare le sue posizioni. Contarini evidentemente conosceva bene Vergerio, in quanto anche lui era sicuramente simpatizzante di quel "dolce libriccino" del Beneficio del Cristo, ma che in effetti si confermerà gradualmente sempre più incline al protestantesimo.

Nel 1543 si unì al gruppo colui che era considerato unanimemente il più importante artista della sua epoca, Michelangelo Buonarroti (1475-1564), introdotto da Vittoria Colonna, con la quale era unito da un fortissimo legame epistolare e spirituale. Si è cercato ripetutamente di interpretare l'arte michelangiolesca di questo periodo come l'unica manifestazione pubblica di una dottrina che era prudentemente rinchiusa in piccole cerchie private, ma è improbabile che l'artista ormai vecchio e malato avesse la velleità di piegare alla sua nuova fede opere commissionate e controllate direttamente dalla curia papale, per quanto godesse di una libertà indubbiamente superiore a qualsiasi altro artista rinascimentale. Di fatto però troviamo quasi solo membri degli Spirituali tra i committenti delle opere che Michelangelo accettò di realizzare oltre agli irrinunciabili incarichi pontifici. Tra gli Spirituali che Michelangelo sicuramente conobbe, oltre a Vittoria Colonna, ci furono Flaminio, Pole e Priuli. Emblematici di questo nuovo vigore religioso sono alcune opere che Michelangelo dedicò a Vittoria Colonna, tra cui i disegni di una Crocifissione e una Pietà, in cui nel primo il Cristo è vivo e vigoroso e sembra ribellarsi a quella sorte, mentre nel secondo è presente una Maria anch'essa “ribelle”, che non guarda il figlio morente, ma verso l'alto e con espressione più straziante che compassionevole, sovrastata dalla dantesca "Non vi si pensa quanto sangue costa", per altro entrambi facilmente interpretabili in ottica gnostico-cristiana. L'apprezzamento di Vittoria Colonna non lascia comunque dubbi sull'ispirazione di tali opere: <io ebbi grandissima fede in Dio che vi dessi una gratia soprannaturale a far questo Cristo: poi il viddi sì mirabile che superò in tutti i modi ogni mia axpettatione: poi facta animosa dalli miraculi vostri, desiderai quello che hora maravigliosamente vedo adempito, cioè che sta da ogni parte summa perfectione, et non se potria desiderar più, né gionger a desiderar tanto. Et ve dico che mi alegro molto che l’angelo da man destra sia assai più bello, perché il Michele ponerà voi Michel Angelo alla destra del Signore nel dì novissimo. Et in questo mezzo io non so come servirvi in altro che in pregarne questo dolce Cristo, che sì bene et perfettamente avete dipinto, et pregar voi me comandiate come cosa vostra in tutto et per tutto>. Michelangelo sarà l'unico degli Spirituali ad essere graziato da ogni papa per interessi superiori riguardanti i sommi incarichi pontifici a lui commissionati, come la cappella Paolina  o la cupola di San Pietro, realizzati durante questo periodo, nonostante la sua fede fosse nota al Sant’Uffizio.

Gli unici scritti di nostra conoscenza pubblicati dal movimento si riconducono al solo libretto "Beneficio di Cristo", redatto da Benedetto Fontanini e rivisto da Marcantonio Flaminio nel 1543, con evidente influenza luterana e calvinista oltre che della dottrina di Valdés. Questo testo sostiene la dottrina della giustificazione per sola fede in Cristo, ma anche la teologia agostianiana sul peccato originale, l'interpretazione luterana della Legge di Cristo, quella calvinista sulla Legge di Mosè ed in generale sono evidenti le influenze della Considerationes di Valdés, del De libertate Christiana di Lutero e della Istitutiones Christianae Religionis di Calvino. Il risultato è a tutti gli effetti uno dei più espliciti compendi di gnosticismo cristiano giunti ai nostri giorni (nonostante una fortissima censura inquisitoria), dove non si ha alcuna remora nel mettere in cattiva luce i comandamenti mosaici, non più legge morale, ma solo presa di coscienza dell’intrinseca natura peccaminosa dell’uomo. A giustificazione di questo gli Spirituali reinterpretano liberamente diversi passi di San Paolo, autore da loro prediletto, tra cui in particolare questo: <Io non ho conosciuto il peccato se non per la legge> (Romani 7:7), inteso nel senso che il fine di questa Legge biblica sarebbe solo quello di far conoscere all’uomo il suo peccato. Questa legge sarebbe quindi impossibile da rispettare per qualsiasi uomo e questa sua impotenza avrebbe solo giustificato la sua ira verso Dio: <l’uomo, il quale, vedendo che non può soddisfare a questa santa legge, viene in disperazione, si adira contro Dio, e non vorrebbe che Egli fosse; temendo di essere castigato e punito acerbamente da Lui per cagione del suo peccato>. Non vi può essere dunque alcuna colpa per l’uomo in base alla sua condotta ma l’unico peccato che viene riconosciuto dagli Spirituali è solo quello originale di Adamo ed Eva. L’unica salvezza quindi non ricade sul rispetto di una legge mosaica ingiusta in quanto sovrumana, ma nella sola fede in Gesù Cristo: <avendo adunque il nostro Dio mandato il Suo unigenito Figliuolo, acciocchè Esso ci liberi dalla maledizione della legge, ci riconcilii col nostro Dio, ci rigeneri e disponga la nostra volontà alle buone opere, e ristabilisca in noi questa immagine di Dio, che noi avevamo perduto per la colpa dei nostri primi parenti>. San Paolo viene portato continuamente a sostegno di questa tesi: <”ora è tolto via ogni lamento, poiché se il peccato entrò nel mondo per un uomo, nello stesso modo la giustizia e la vita eterna sono venute a noi per un solo uomo, Gesù Cristo” (Romani 5:17,19). Per queste parole di San Paolo, conosciamo apertamente che il peccato non è di maggior efficacia che si sia la giustizia di Cristo, per la quale siamo giustificati appresso a Dio; imperocchè siccome Cristo è più potente di Adamo, così la giustizia di Cristo è più gagliarda del peccato di Adamo; e se il peccato di Adamo fu bastante a costituirci peccatori e figliuoli d’ira, molto maggiormente sarà bastante la giustizia di Cristo a farci giusti e figliuoli di grazia. Di qui si conosce in quanto errore sieno quelli che per alcuni peccati gravi si diffidano della benevolenza di Dio, giudicando ch’egli non sia per rimettere e perdonare ogni grandissimo peccato; avendo già Esso gastigato nell’unigenito suo Figliuolo tutti i peccati, e per conseguenza fatto un perdon generale ad ognuno che crede all’Evangelo, cioè alla felicissima nuova, che hanno pubblicata per il mondo gli apostoli, dicendo: «Vi preghiamo per Cristo, riconciliatevi con Dio, perciocchè Colui che non conobbe mai peccato, è stato fatto esser peccato per noi, affinchè noi diventiamo giustizia di Dio in Lui » (2a Corinzi 5:20,21)… Questo onore si dà solamente al suo unigenito Figliuolo. Esso solo col sacrificio della sua passione ha soddisfatto per tutti i nostri peccati, passati, presenti e futuri; come dimostra San Paolo agli Ebrei, capitoli 7, 9 e 10; e San Giovanni nella sua prima epistola capitoli 1 e 2; se questa soddisfazione di Cristo viene applicata per la fede alle anime nostre, godiamo indubitatamente della remissione dei peccati, e per la giustizia di Lui diventiamo giusti presso a Dio. Onde, dice San Paolo ai Filippesi, avendo detto che, secondo la giustizia della legge, era vissuto irreprensibile, soggiunge: che stimava tutta questa sua giustizia secondo la legge come uno sterco, per avere la giustizia che è di Dio e che si ha per la fede (Filippesi 3:6,10)>. Gesù Cristo quindi non è venuto a riscattare solo il peccato originale, ma anche tutti i nostri peccati “passati, presenti e futuri”, per cui in definitiva non vi deve essere alcuna preoccupazione nel perseguire alcuna legge morale, ma solo credere fermamente nella grazia divina che a tutti può essere concessa esclusivamente per fede.

Secondo il vescovo valdesiano Vergerio, il libercolo venne venduto in quaranta mila esemplari nella sola Venezia e diffuso in tutta Europa, tradotto in tedesco, inglese, francese e altre lingue. Il "Beneficio di Cristo" venne condannato a Trento nel 1546, dove era in corso il lunghissimo Concilio Tridentino, che sancì definitivamente l'anno successivo l'impossibilità di conciliazione con la riforma protestante, in quanto la salvezza non può non dipendere dal valore meritorio delle opere, quindi dal rispetto dei precetti morali della tradizione ecclesiastica. L'abbandono del Concilio di Trento da parte del cardinale Reginald Pole, seppur con la scusa di una indisposizione fisica, fu rivelatrice e significativa del destino ormai segnato per gli Spirituali in quanto intesa per quello che in realtà era: il rifiuto di firmare il decreto sulla "giustificazione". Nel frattempo Ochino e Vermigli finirono prudentemente in Inghilterra sotto la protezione dell'arcivescovo Thomas Cranmer. Nel 1548 Fontanini venne per primo inquisito per eresia e incarcerato, ma salvato dal privilegio di giudizio indipendente riservato all'Ordine benedettino. Anche Caterina Cybo finì sotto processo, ma ottenne la grazia da papa Paolo III a seguito di favori famigliari fra i Farnese e i della Rovere.

Gian Pietro Carafa (1476-1559), che nel 1536 aveva anche partecipato ad alcuni incontri privati con Ochino, Pole e Priuli presso la casa di Pietro Carnesecchi a Firenze e che quindi conosceva bene gli Spirituali, già loro persecutore quando era a capo del Sant'Uffizio e primo accusatore del papabile Reginald Pole in due conclavi, diventò lui stesso papa nel 1555 col nome di Paolo IV, succedendo all'estremamente libertino (più volte accusato di sodomia e pedofilia) papa Giulio III, lassista e tollerante anche nei confronti degli Spirituali di cui aveva bloccato il processo. Paolo IV era invece nemico giurato dell'Ecclesia Viterbiensis e riaprì il processo nei loro confronti con l'immediato arresto del cardinale Giovanni Morone, che si era anche opposto duramente al Carafa durante il conclave che lo ha eletto. Ludovico Beccadelli venne invece allontanato da Roma, dove era vicario in spiritualibus della diocesi, spedito in Dalmazia e sollevato da ogni incarico di responsabilità. Nel 1557 Paolo IV revocò la legazione inglese a Reginald Pole, a lui concessa da Giulio III, nel tentativo di giudicarlo a Roma, ma rimase in Inghilterra con il suo segretario Alvise Priuli, protetto dalla regina. L'anno successivo, in punto di morte, Pole si dichiarò però cattolico e obbediente al papa, atto che gli Spirituali come Giulia Gonzaga considerarono un tradimento. La stessa contessa Gonzaga ricevette le attenzioni dell'Inquisizione ma venne graziata per l'intervento dei cugini Ercole e Ferrante Gonzaga. Vittore Soranzo, già condannato nel 1551 ma graziato da papa Giulio III dopo una presunta abiura segreta, venne nuovamente processato e condannato in contumacia poco prima della sua morte naturale nel 1558. Apollonio Merenda, anche lui già arrestato nel 1538 e nel 1551 per lettura di libri proibiti e per professione di tesi eretiche, dove sotto tortura abiurò e accusò diversi Spirituali, scappò dai domiciliari verso Ginevra dove giurò fedeltà alla riforma "evangelica" con il triteista Giovanni Valentino Gentile.

Il cardinale Ercole Gonzaga fu probabilmente il più abile dei diplomatici del suo tempo, già protettore del Regno di Spagna e legato imperiale, riuscì a guadagnarsi la stima dei curiali più intransigenti, incluso lo stesso Paolo IV, come strenuo oppositore del luteranesimo, mentre nella vita privata ospitava nella sua casa romana circoli intellettuali nei quali di discuteva liberamente delle dottrine protestanti, nella sua libreria trovavano posto le opere di Lutero, Melantone e Zwingli, mentre manteneva i contatti con l'Ecclesia Viterbiensis. Nel 1555 scrisse anche un nuovo catechismo in volgare dedicato per la prima volta anche ai piccoli, che verrà ripreso nel "Catechismo Romano" di San Carlo Borromeo.

La morte di Carafa nel 1559 portò una nuova tregua nel processo contro gli Spirituali ed in sostanza tutto il suo accanimento si risolse in un nulla di fatto. Nel conclave indetto per la sua successione il cardinale "spirituale" Ercole Gonzaga rischiò addirittura di essere nominato papa, sponsorizzato dal cardinale Cristoforo Madruzzo e dal partito vicino all'imperatore Carlo V, ma venne eletto Giovanni Angelo Medici per soli cinque voti, con l'appoggio di Alessandro Farnese, Ascanio Sforza e del partito spagnolo. Pio IV, amico della famiglia Gonzaga, si dimostrò comunque molto benevolo nei confronti dei seguaci di Valdès e dei riformatori in genere, ma al contrario durissimo oppositore della fazione Carafa, cioè di tutti i famigliari e amici che papa Paolo IV aveva posto nei ruoli chiave del suo pontificato. Questo processo arrivò a coinvolgere circa la metà dei cardinali del Sacro Collegio e portò all'arresto e alla persecuzione di diversi alti prelati, cercando di far passare loro come eretici ed infine giustiziare Carlo e Giovanni Carafa, rispettivamente per strangolamento e decapitazione. Alfonso Carafa dovette firmare una domanda di grazia a dure condizioni pur di essere scarcerato, ma morì comunque pochi anni dopo per sospetto avvelenamento. Pio IV riaprì subito il Concilio di Trento nell'intento di chiudere la stagione inquisitoriale e concedere aperture alla riforma, affidando il delicatissimo incarico di suo legato proprio ad Ercole Gonzaga. Lo stesso papa ordinò anche la revisione del processo al cardinal Morone, che ottenne la piena assoluzione e fu pure lui inviato come legato papale nelle ultime sessioni del Concilio di Trento dopo la morte di Ercole Gonzaga.

Alla morte di Pio IV la sua dura repressione interna senza precedenti aveva molto intimorito il collegio cardinalizio che elesse al soglio pontificio nel 1566 proprio di uno dei nominati da Paolo IV, il cardinale Antonio Ghislieri. Il rapporto di forza si capovolse nuovamente in favore della controriforma e ancora nel segno di una lotta tra fazioni interne sempre più aspra e radicale. Il papa ottenne subito il sequestro dell'intera corrispondenza di Giulia Gonzaga, morta un mese prima della sua elezione, e dopo averla consultata affermò che se fosse ancora in vita "l'avrebbe abrusciata viva" ed equiparata ad eretica luterana come tutti gli altri Spirituali. Dallo studio epistolare si aggravò definitivamente anche la posizione di Pietro Carnesecchi, che si considerava ormai sicuro della protezione di Cosimo I de' Medici a Firenze. In quanto alto prelato, subì invece una condanna esemplare. Fu prima degradato al cospetto di tutti i cardinali appositamente raccolti a Santa Maria sopra Minerva a Roma, poi torturato e consegnato al braccio secolare per la pena di morte, compiuta il 1 ottobre 1567 con decapitazione e successivo rogo. Di fatto Pietro Carnesecchi è stato l'unico giustiziato dall'Inquisizione romana di tutti gli Spirituali.

 

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