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La creazione nordista della "questione meridionale"

June 4, 2014

La “questione meridionale”, intesa come una mera speculazione intellettuale, nasce ufficialmente nel 1874 ad opera di esponenti della Destra Storica che accusano il sud di ritardo rispetto al modello economico liberale anche a causa di una popolazione ostile e incapace di comprendere il progresso (come da loro inteso). In realtà dovrebbe essere retrodatata a prima dell’unificazione, cioè quando gli inglesi hanno cominciato a diffondere per vie “diplomatiche” la tesi della presunta inferiorità delle popolazioni del sud Italia.

 

Per affrontare la nuova dicotomia Nord-Sud non si trova niente di meglio che ritrasferire fondi pubblici nelle regioni meridionali, quindi già in ottica assistenzialista, ma non per investimenti produttivi, infatti queste risorse cominciano subito a disperdersi nel circolo vizioso stabilito dalla nuova classe politica e la criminalità organizzata legata alla massoneria stessa (e che era servita a favorire l’ascesa stessa dei garibaldini). Quindi in pratica questi finanziamenti finirono per inquinare i poteri locali, uccidere la libera concorrenza economica e in definitiva aggravare il divario con il settentrione, cioè il contrario dei suoi intenti dichiarati.

 

Come ulteriore affronto, la popolazione del sud diventa oggetto di svariati studi sociali, culturali e addirittura antropologici atti a capire (spesso per tentare di dimostrare) una eventuale “arretratezza congenita”. Per quanto possa suonare assurdo questa tesi era sostenuta da fior di “intellettuali”. Tra questi lo storico Pasquale Villari, il pubblicista Leopoldo Franchetti, il barone Sidney Costantino Sonnino, lo scrittore Carlo Levi o l’antropologo Alfonso maria Di Nola, ma anche sociologi statunitensi come Ernest C. Banfield e Robert Putnam.

 

L’avvento del fascismo non farà altro che confermare e rafforzare questa visione storica, mai messa in discussione nemmeno con l’avvento della repubblica del dopoguerra. <Il Ministero della Pubblica Istruzione e della cultura popolare del periodo fascista, proteso com'era al perseguimento di valori nazionalistici e legato a filo doppio alla dinastia Savoia, non ebbe, per ovvi motivi, nessuna voglia di tipo "revisionista", riconducendo anzi l'origine della nazione al periodo romano e saltando a piè pari un millennio di storia meridionale. Il governo fascista ebbe l'indiscutibile merito di cercare di innescare un meccanismo di recupero economico della realtà meridionale, ma da un punto di vista storico insabbiò ancor di più la questione meridionale, ritenendola inutile e dannosa nell'impianto culturale del regime> (da “Controstoria dell’Unità d’Italia” di Carlo Coppola, 2003).

 

Ma vediamo di cominciare facendo un giusto inquadramento storico alla “questione”. Prima dell’invasione piemontese il sud Italia coincideva con il Regno delle Due Sicilie, regno unificato ben 700 anni prima da Ruggiero II d’Altavilla (1095-1154) e reso totalmente indipendente dai borboni nel 1734. Oltre a vantare una storia gloriosa, il meridione italiano non era affatto retrogrado prima dell’invasione sabauda come vuole il revisionismo massonico, anzi primeggiava in numerosi aspetti sopra tutte le regioni italiane, Piemonte incluso. Dal punto di vista economico il Regno delle Due Sicilie era di gran lunga il più ricco della penisola e vi erano in proporzione meno poveri che a Parigi o Londra. Nel Banco delle Due Sicilie di Palermo Garibaldi trovò 5 milioni di ducati (pari a 21 milioni di lire oro) e altri 20 milioni di ducati (pari a 85 milioni di lire oro) li trovò nella sede di Napoli, mentre nella Banca Nazionale Sarda vi erano meno di 8 milioni di lire. Il Regno delle Due Sicilie aveva inoltre le tasse più basse d’Europa, un debito pubblico che era un quarto di quello Piemontese. Era anche in pieno boom demografico tanto che nella sola prima metà dell’800 la popolazione era cresciuta di oltre un terzo.

 

Ma analizziamo più dettagliatamente. A livello industriale-militare il Mezzogiorno vantava la più grande industria navale italiana con la prima flotta mercantile e la prima flotta militare (in Europa seconda solo a quella inglese), la prima fabbrica metalmeccanica, il più grande complesso siderurgico (chiuso con la repressione sabauda sui civili di Mongiana), premi internazionali per la produzione di pasta e per la lavorazione dei coralli e il primato europeo nella produzione di guanti. La sola Napoli vantava un’area industrializzata con migliaia di attività nel campo meccanico, armatoriale, tessile, cartaio, alimentare (in particolare per olio e vino). Castellammare di Stabia invece poteva vantare cantieri navali con maestranze stimate tra le migliori al mondo e anche dopo l’unificazione fu strategico per la produzione delle corazzate militari italiane. Ancora nei primi tre censimenti generali della Repubblica Italiana la percentuale di addetti nel settore industriale del Sud è del 17,4%, superiore al 14,8% del Nord (da “La società dell’allegria” di Antonio Socci) ed è l’export del sud a salvare ancora i bilanci nei primi decenni repubblicani.

 

Il Regno delle Due Sicilie era inoltre all’avanguardia anche in ambito culturale, per esempio con la prima cattedra di economia al mondo, assegnata ad Antonio Genovesi (allievo di Gianbattista Vico), con la prima cattedra di astronomia, il primo atlante marittimo al mondo, il primo orto botanico italiano, il primo teatro lirico d’Europa, la prima scuola di ballo, il primo museo mineralogico, il primo centro sismologico, il primo sismografo elettromagnetico, il primo osservatorio meteorologico, il primo esperimento di luce elettrica o il record di tipografie e pubblicazioni di Napoli.

 

In ambito civile il Regno delle Due Sicilie poteva vantare il primo codice marittimo al mondo, la prima nave a vapore del Mediterraneo, la prima nave da crociera europea, la prima locomotiva a vapore italiana e il primo tratto di ferrovia, il primo ponte sospeso in ferro europeo, la prima illuminazione cittadina a gas (Napoli è terza in assoluto dopo Londra e Parigi), il primo sistema di faro da porto con segnalazione lenticolare, il primo telegrafo elettrico italiano e la più estesa rete telegrafica (100 stazioni telegrafiche siciliane sono state distrutte dai piemontesi nel 1861), il primo piano regolatore e addirittura la prima città al mondo con acqua corrente nelle abitazioni (Napoli).

 

Non ultimo, il regno borbonico era inoltre il più evoluto in ambito sociale di tutta la penisola, per esempio con la prima assistenza sanitaria gratuita, il maggior numero di orfanotrofi, ospizi, collegi, centri di formazione e conservatori, la più alta percentuale di medici per abitante e il più basso tasso di mortalità infantile, la prima assegnazione di case popolari, la prima profilassi antitubercolare, il primo cimitero per poveri, il primo ospedale psichiatrico e il primo istituto per sordomuti. In definitiva <un paese strutturato economicamente sulle sue dimensioni. Essendo, a quel tempo, gli scambi con l'estero facilitati dal fatto che nel settore delle produzioni mediterranee il paese meridionale era il piú avanzato al mondo, saggiamente i Borbone avevano scelto di trarre tutto il profitto possibile dai doni elargiti dalla natura e di proteggere la manifattura dalla concorrenza straniera. Il consistente surplus della bilancia commerciale permetteva il finanziamento d'industrie, le quali, erano sufficientemente grandi e diffuse> (da “L’invenzione del Mezzogiorno, una storia finanziaria” di Nicola Zitara, 2001).

 

La conquista militare piemontese di fatto ha posto fine a questo benessere plurisecolare, ha cancellato per sempre i primati del meridione e bloccato il suo sviluppo. Il piemontismo su scala italica non era solo un mero colonialismo, ma ha adottato anche provvedimenti “rapina” che hanno prosciugato le casse borboniche con un impatto disastroso nel sistema sociale ed economico. <Da subito, lo Stato unitario fu il peggior nemico che il Sud avesse mai avuto; peggio degli angioini, degli aragonesi, degli spagnoli, degli austriaci, dei francesi, sia i rivoluzionari che gli imperiali> (come sopra). Dal punto di vista economico c’è da considerare anche la sostituzione del sistema monetario borbonico, che emetteva solo monete d’oro o d’argento, con il sistema sabaudo della carta moneta che ne aboliva la convertibilità in favore delle politiche monetarie espansive sabaude atte a compensare le ingenti spese militari. Questa libertina gestione delle finanze pubbliche portò la neonata moneta italiana ad un “corso forzoso” già nel 1866, una crisi che portò una svalutazione di un terzo dei titoli di stato e una inflazione stellare.

 

Lo storico Nicola Zitara sostiene che: <senza il saccheggio del risparmio storico del paese borbonico, l'Italia sabauda non avrebbe avuto un avvenire. Sulla stessa risorsa faceva assegnamento la Banca Nazionale degli Stati Sardi. La montagna di denaro circolante al Sud avrebbe fornito cinquecento milioni di monete d'oro e d'argento, una massa imponente da destinare a riserva, su cui la banca d'emissione sarda - che in quel momento ne aveva soltanto per cento milioni - avrebbe potuto costruire un castello di cartamoneta bancaria alto tre miliardi. Come il Diavolo, Bombrini, Bastogi e Balduino (titolari e fondatori della banca, che sarebbe poi divenuta Banca d'Italia) non tessevano e non filavano, eppure avevano messo su bottega per vendere lana. Insomma, per i piemontesi, il saccheggio del Sud era l'unica risposta a portata di mano, per tentare di superare i guai in cui s'erano messi>.

 

Continua lo scrittore Carlo Coppola: <a seguito dell'occupazione piemontese fu immediatamente impedito al Banco delle Due Sicilie (diviso poi in Banco di Napoli e Banco di Sicilia) di rastrellare dal mercato le proprie monete per trasformarle in carta moneta così come previsto dall'ordinamento piemontese, poiché in tal modo i banchi avrebbero potuto emettere carta moneta per un valore di 1200 milioni e avrebbero potuto controllare tutto il mercato finanziario italiano (benché ai due banchi fu consentito di emettere carta moneta ancora per qualche anno). Quell'oro, invece, attraverso apposite manovre passò nelle casse piemontesi.> <Il colpo di grazia all'economia del sud fu dato sommando il debito pubblico piemontese, enorme nel 1859 (lo stato più indebitato d'Europa), all'irrilevante debito pubblico del Regno delle due Sicilie, dotato di un sistema di finanza pubblica che forse rigidamente poco investiva, ma che pochissimo prelevava dalle tasche dei propri sudditi. Il risultato fu che le popolazioni e le imprese del Sud, dovettero sopportare una pressione fiscale enorme, sia per pagare i debiti contratti dal governo Savoia nel periodo preunitario (anche quelli per comprare quei cannoni a canna rigata che permisero la vittoria sull'esercito borbonico), sia i debiti che il governo italiano contrarrà a seguire: esso in una folle corsa all''armamento, caratterizzato da scandali e corruzione, diventò, con i suoi titoli di stato, lo zimbello delle piazze economiche d'Europa.> Ancora Zitara: <nel 1860 l'agricoltura meridionale era in pieno sviluppo, anzi a stare a quel che ha scritto Rossi-Doria, uno che di economia agraria se ne intendeva, in una fase rivoluzionaria. Al momento dell'annunciato (ma falso) pareggio (di bilancio) tra entrate e uscite statali, 1875, fu detto che le esportazioni meridionali avevano salvato l'Italia. Sottinteso: dalla situazione di bancarotta che Cavour e compari avevano provocato saccheggiando lo Stato. Se si seguono le curve delle esportazioni italiane tra il 1861 e il 1914, si osserva che l'olio, il vino e gli agrumi, arance e limoni, (significativa anche la produzione di fichi secchi) seguono da vicino la seta greggia, tipico prodotto da esportazione delle regioni padane, poi lentamente abbandonata quando il Nord poté industrializzarsi con i dollari delle rimesse degli emigranti. Scorrendo le tabelle di studiosi come il Tagliacarne si apprende che, dall’Unità (1861) fino al decennio 1891-1900, le esportazioni italiane di manufatti propriamente industriali furono vicine allo zero, insignificante la partecipazione del centro-settentrione al flusso commerciale in uscita, crescente invece la produzione agricola meridionale… Dopo il 1861 non si ha quel che cantano gli storici prezzolati dalla massoneria, cioè uno scambio tra merci moderne del Nord e prodotti agricoli (scalcinati) del Sud (scalcinato), ma lo scambio tra valori reali e cartamonetata inconvertibile, cosa che nell'interscambio tra due formazioni sociali, ancora chiuse in sé stesse, è lo stesso che dire furto (quella stessa cosa che vediamo con i nostri occhi a proposito del dollaro inconvertibile). Con capitali di carta, spesso biglietti dalla serie duplicata, in sostanza emessi con frode dalla stessa legge fraudolenta che aveva imposto con subdoli artifici, senza che fosse necessario, il corso forzoso dei biglietti di Bombrini, i padroni della Banca genovese di Sconto invasero il Sud, in ciò protetti dai prefetti, dai questori, dai carabinieri e dagli onorevoli meridionali, e lo schiacciarono>.

 

Tra le politiche nordiste che hanno penalizzato il meridione italiano c’è anche quella del privilegio del trasporto su rotaia, potenziato da una rete di ben 18mila chilometri entro il 1920, ma che allo stesso tempo ha visto la dismissione della fitta rete di porti del sud ed ingenti investimenti portuali solo su Genova, Livorno, Ancona e La Spezia, che doveva soppiantare il monopolio dell’industria armatoriale militare a Castellammare di Stabia. Perdendo ogni propensione marittima il sud d’Italia divenne anche logisticamente solo un’appendice del nord.

 

[to be continued]

 

by ActualProof (appuntidiviaggio)

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