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Papa Paolo VI e il catto-comunismo neo-umanista

April 1, 2014

Giovanni Battista Enrico Antonio Maria Montini (1897-1978) è stato eletto papa il 21 giugno 1963, dichiarato venerabile il 20 dicembre 2012 da papa Benedetto XVI. Entrò in curia già nel 1923 dove il Mons. Francesco Borgongini-Duca (alleato di Roncalli) gli fece da patrono clericale e protettore, così come fece per P. Francis Spellman. Nello stesso periodo acquisì un’altra potente amicizia, quella con il futuro sette volte Presidente del Consiglio Giulio Andreotti. Divenne Assistente ecclesiastico per la Federazione Universitaria Cattolica Italiana sotto Pio XI, per quale svolse anche il ruolo di nunzio presso il regime fascista. Fu però costretto a dare le dimissioni dal FUCI a seguito della denuncia di un padre gesuita, che ravvisò in lui “uno sconfinamento disturbante nell’ambito dei propri associati”.

 

Poi dal 13 dicembre 1937 nominato alla Segreteria di Stato dove cominciò a collaborare con Eugenio Pacelli e dove continuò il suo operato dopo che questi venne eletto come Papa Pio XII il 2 marzo 1939. All’epoca Montini trovò più che altro ostilità in Curia per le sue posizioni anti-fasciste e filo-comuniste, dato che importanti personalità come il cardinale Nicola Canali e mons. Ottaviani di opinioni opposte. Mons. Montini assunse poi la carica di pro-Segretario di Stato della Santa Sede nel 1944 dopo la morte del cardinale Luigi Maglione e su spinta diretta del papa, che diceva di essere un secondo padre per lui, divenendo a tutti gli effetti il braccio destro di Pio XII. Un cambiamento quasi inaspettato avvenne nel 1954, quando lo stesso Papa Pacelli lo allontanò improvvisamente dal Vaticano per nominarlo arcivescovo di Milano (in realtà dopo aver perso in lui la fiducia a seguito alle informazioni segrete sui rapporti con i sovietici). Dopo la morte di Pio XII, Montini si riavvicinò alla Curia per la stima che Papa Giovanni XXIII aveva in lui e per questo lo coinvolse attivamente nei lavori preparatori al Concilio Vaticano II, ruolo che favorì la sua elezione al soglio pontificio dopo l’improvvisa morte di Papa Roncalli.
 

E’ difficile trovare un pontefice più discusso nell’era moderna, periodo storico che ha cercato di incarnare infondendo nella Chiesa un forte spirito progressista incentrato su un deciso ecumenismo laicista, conciliante con il comunismo, ma contrario al capitalismo. Tra le accuse più pesanti che gli sono state rivolte, da membri della stessa Chiesa, sono un’apertura alla massoneria, di cui è stato sospettato di esserne addirittura membro, rapporti segreti con il comunismo (che è pur sempre di radice massonica), una gestione materialistica e quasi dittatoriale del suo ufficio ed un eccesso di modernismo nello stravolgere rituali e usanze religiose. Nella migliore delle ipotesi il pontificato di Paolo VI è stato contraddistinto da un’apertura laicista che ha puntato alla dimensione esteriore (o laterale) della Chiesa, a discapito di quella spirituale (o verticale), mentre dalle frange più ortodosse è stato considerato un vero e proprio traditore della Chiesa. Per questi motivi può essere lecito cominciare la disamina dell’operato di Papa Montini dai suoi più preponderanti aspetti terreni. Il pontificato di Paolo VI è avvenuto comunque in piena rivoluzione socialista e durante la guerra fredda, per cui va naturalmente contestualizzato a questi eventi.

 

Rimanendo nell’ipotesi di buona fede si è pensato che Montini potesse considerare come possibile una evoluzione migliorativa dell’ideologia comunista, credendo di poterla infine traviare dalla sua natura anti-clericale, cosa che si rivelò un’utopia. A sostegno di questa ipotesi viene la sua enciclica “Ecclesiam suam del 6 agosto 1964, in cui vengono specificate proprio “per quali vie la Chiesa Cattolica debba oggi adempire il suo mandato”. In quest’opera viene ufficialmente condannato il comunismo: <Sono queste le ragioni che ci obbligano, come hanno obbligato i Nostri Predecessori e con essi quanti hanno a cuore i valori religiosi, a condannare i sistemi ideologici negatori di Dio e oppressori della Chiesa, sistemi spesso identificati in regimi economici, sociali e politici, e tra questi specialmente il comunismo ateo>. Pur lasciando sempre una porta aperta: <Si potrebbe dire che non tanto da parte nostra viene la loro condanna, quanto da parte dei sistemi stessi e dei regimi che li personificano viene a noi radicale opposizione di idee e oppressione di fatti. La nostra deplorazione è, in realtà, lamento di vittime ancor più che sentenza di giudici. L'ipotesi d'un dialogo si fa assai difficile in tali condizioni, per non dire impossibile, sebbene nel nostro animo non vi sia ancor oggi alcuna preconcetta esclusione verso le persone che professano i suddetti sistemi e aderiscono ai regimi stessi.> A cui segue una speranza di conversione: <Ricordando perciò quanto scrisse il Nostro Predecessore di venerata memoria, papa Giovanni XXIII, nell'enciclica Pacem in terris, e cioè che le dottrine di tali movimenti, una volta elaborate e definite, rimangono sempre le stesse, ma che i movimenti stessi non possano non evolversi e non andare soggetti a mutamenti anche profondi, Noi non disperiamo che essi possano aprire un giorno con la Chiesa altro positivo colloquio, che non quello presente della Nostra deplorazione e del Nostro obbligato lamento>.

 

Nei fatti però Paolo VI ha adottato una linea pragmatica decisamente incline al Comunismo, che, nonostante fosse profondamente ateo e totalmente contrario al cristianesimo, voleva essere considerato esclusivamente per il suo lato sociale, inteso forzatamente come compatibile con il Vangelo. L’ambiguità di tali rapporti potrebbe aver favorito una molto dubbia permeazione della cultura cattolica negli stati governati dai regimi sovietici, ma in realtà favorì sicuramente l’esatto contrario, arrivando perfino a creare un incredibile ossimoro ideologico come il catto-comunismo italiano, di cui Paolo VI può sicuramente definirsi il padre.

 

Sin dai tempi della vicenda dei rapporti segreti ricevuti da Pio XII per i quali l’allora Mons. Montini sarebbe stato allontanato dalla Curia, questi ha lavorato attivamente in ambito dei Servizi vaticani. Da un documento estratto dagli Archivi di Stato di Washington si evince che il futuro Paolo VI si incontrava segretamente con Palmiro Togliatti, leader del comunismo italiano, sin dal 1944. 

 

Ma questo non fu l’unico aspetto eclatante del suo volto segreto, incline ad un ambiguo doppiogiochismo. Questi rapporti segreti all’epoca erano intrattenuti anche con gli alleati, in particolare gli Stati Uniti, motivo per cui l’allora Mons. Montini veniva considerato addirittura come “arruolato dai Servizi Segreti” e “una spia americana”. Secondo documenti scoperti nei National Archives di Washington dai giornalisti Ennio Caretto e Bruno Marolo (autori del libro: “Made in USA. Le origini americane della Repubblica Italiana”), fu William Donovan, il creatore dell’Office of Strategic Services, che nel 1942 propose una collaborazione a Montini, allora Segretario di Stato per Pio XII. Il suo compito sarebbe stato quello di informare gli americani su notizie riguardanti gli alti livelli del fascismo, la corona e gli spostamenti nazisti a Roma. In questa veste, nel pieno della seconda guerra mondiale, Montini riuscì ad organizzare per conto di Earl Brennan una rete spionistica che utilizzava la struttura diplomatica vaticana per rivelare a Washington mappe dell’industria bellica giapponese (operazione nota come “Progetto vascello”). Un’altra azione storica imputata al Montini, in questa veste di agente americano, è la collaborazione alla fuga di criminali nazisti e fascisti (tra cui l’inventore delle camere a gas mobili, Walter Rauff) allo scopo di creare un’organizzazione da usare successivamente in funzione anticomunista.

 

Questa attività spionistica è però terminata nel dopoguerra, quando il Vaticano è passato a sostenere lo schieramento opposto rappresentato dal blocco comunista. Infatti con l’avvento di Papa Roncalli e la riammissione agli alti gradi vaticani, Montini seguì la linea impostata dal pontefice sui negoziati col il patriarca di Mosca e con quello di Costantinopoli, Athenagoras, anche con lo scopo di assicurare degli osservatori per il Concilio che era allora in fase preparatoria. Dal punto di vista politico il Vaticano cercava una convergenza internazionale in campo del disarmo, schierandosi però, in piena guerra fredda, su posizioni favorevoli al mantenimento della pace come intesa dai sovietici.

 

Una volta divenuto Papa, Paolo VI ha continuato a sostenere il suo spirito di conciliazione col comunismo, confermandolo anche ufficialmente al Sinodo Episcopale del 1971 dal tema “Giustizia e pace”. A conseguenza di questa presa di posizione, la tendenza anti-capitalista vaticana condannava tutti i soprusi perpetrati nei paesi in via di sviluppo, in particolare da parte degli Stati Uniti, ma allo stesso tempo sottaceva totalmente il vero e proprio genocidio di cristiani che si stava compiendo nell’estremo est europeo. 

 

A questo sinodo intervenne l’arcivescovo Maxim Hermanioux, metropolita degli ucraini, per denunciare proprio questo: <Mi sembra molto sorprendente che, nel progetto e nell’esposto di base, si tratti di tutte le forme possibili di ingiustizia: politica, culturale, economica e internazionale, ma non dell’ingiustizia più incresciosa per un cristiano: la persecuzione della Chiesa di Cristo!> In effetti lo stesso patriarca di Mosca, Pimen I, aveva annunciato nel suo discorso di insediamento che la Chiesa Cattolica in Ucraina non esisteva più.

 

Ma nessuna parola a riguardo trapelò in occidente dalla censura comunista, evidentemente assecondata da Paolo VI, che fu talmente sudditante che arrivò perfino a nominare i vescovi in Lituania a compiacimento del regime sovietico e a togliere i cardinali intransigenti come Mindszenty, Primate d’Ungheria, ostacolo ai rapporti privati di Paolo VI col Segretario del Partito Comunista Janos Kadar. Al cardinale Mindszenty vennero prima fatte diverse offerte perchè abbandonasse il suo incarico, tutte da lui rifiutate. A questo punto Paolo VI e il card. Agostino Casaroli ricorsero perfino a Nixon per obbligare Mindszenty a lasciare l’ambasciata americana di Budapest in cui s’era rifugiato. Il 28 settembre 1971 giunse quindi a Roma dove fu moralmente redarguito dal papa e gli fu imposta una censura preventiva ad ogni sua predica o discorso pubblico. Il 5 gennaio 1974 Paolo VI lo destituì dalla sua carica, dichiarando “vacante” la Sede Primaziale d’Ungheria e proibì a Mindszenty di pubblicare le sue memorie. Questa la denuncia di Mindszenty: <Paolo VI ha consegnato interi paesi cristiani in mano al comunismo! Ma la vera Chiesa è ancora quella nostra, costretta alle catacombe!>

 

Anche il suicidio di uno studente cattolico ucraino, bruciato vivo per protesta nel 1972 contro l’oppressione di Mosca verso la Chiesa Cattolica, fu totalmente censurato. Paolo VI di fatto non ebbe mai alcuna reazione contro il manifesto anti-cattolicesimo russo, anche quello più sprezzante come le offese rivolte allo stesso arcivescovo Casaroli in occasione ufficiale e diplomatica della firma del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari. Nessuno in occidente e particolarmente in Italia (per merito anche di Togliatti) aveva saputo nulla sulle atroci persecuzioni che hanno portato “decine di milioni” di cattolici degli stati dell’est Europa nei gulag siberiani, torturati fino alla morte. Un immane olocausto, per altro di gran lunga il più grosso genocidio dell’era moderna, che è stato candidamente cancellato dalla storia proprio con l’ausilio di chi avrebbe dovuto più di tutti denunciarlo.

 

Questo assordante silenzio omertoso è forse l’accusa più grave e fondata che pesa sulla memoria di Paolo VI. Sempre dalla sua enciclica “Ecclesiam suam”: <la Chiesa del silenzio, ad esempio, tace, parlando solo con la sua sofferenza, e le fa compagnia quella d'una società compressa e avvilita, dove i diritti dello spirito sono soverchiati da quelli di chi dispone delle sue sorti. E quando il nostro discorso si aprisse in tale stato di cose, come potrebbe offrire il dialogo, mentre non dovrebbe essere che quello d'una voce che grida nel deserto? Silenzio, grido, pazienza, e sempre amore diventano in tal caso la testimonianza che ancora la Chiesa può dare e che nemmeno la morte può soffocare>.

 

Ma l’Ostpolitik montiniana si spinse oltre la censura, sostenendo pure disinformazione che potesse dipingere la visione criminale del regime sovietico come un qualcosa di sorpassato o irrealistico, contribuendo non poco alla formazione di una peculiare concezione iper-idealizzata del comunismo che è divenuta una storica prerogativa italiana. A coronamento di questo percorso di avvicinamento Paolo VI arrivò perfino ad autorizzare i cattolici ad aderire al Partito Comunista, come fece padre Alighiero Tondi, suo collaboratore alla Segretarie di Stato (secondo alcuni allontanato da Roma dopo essere stato scoperto fotografare documenti segreti per il papa).

 

Più clamoroso fu l’occultamento (tramite Mons. Glorieux) della petizione firmata da ben 450 vescovi che nel settembre 1965 reclamavano la condanna del comunismo al Concilio Vaticano II. Tra questi il cardinale Joseph Slipyi, evaso dalle carceri sovietiche dopo decenni di prigionia, che denunciò: <su 54 milioni di Ucraini cattolici dieci milioni sono morti in seguito a persecuzioni! Il regime sovietico ha soppresso tutte le diocesi! C’è una montagna di cadaveri e non c’è più nessuno, nemmeno nella Chiesa, che difenda la loro memoria! Migliaia di fedeli sono ancora incarcerati o deportati! Ma la Diplomazia vaticana preferisce che non se ne parli, perché ciò disturba la Sue trattative! Siamo tornati ai tempi delle Catacombe! Migliaia e migliaia di fedeli della Chiesa Ucraina sono deportati in Siberia e fino al Circolo Polare, ma il Vaticano ignora questa tragedia! Forse, i Martiri sarebbero diventati testimoni molesti? Saremmo noi una palla al piede per la Chiesa?> Per questa denuncia il cardinale Slipyi è stato addirittura imprigionato da Paolo VI. Dalla sua prigionia confidò a padre Luigi Villa: <in ogni istante è fissa nella mia mente l’odissea passata nei lager sovietici e la mia condanna a morte; ma a Roma, dietro le mura del Vaticano, ho vissuto momenti peggiori!>

 

Paolo VI non volle o non riuscì a reimpostare il suo lunghissimo rapporto di esplicita sudditanza nei confronti del regime sovietico. Prima di diventare papa, nel 1938, si incontrò in via riservatissima anche con Donini e Sereni, poi dal 1944 con Togliatti e dall’anno successivo anche con Eugenio Reale. Era stato allontanato dalla Segreteria di Stato da Pio XII nel 1954 dopo che questi aveva ricevuto le prove del tradimento di Mons. Montini con i servizi segreti sovietici e dell’omissione di notizie rilevanti come lo scisma dei vescovi cinesi (atti visionati da don Luigi Villa in persona che li ha divulgati) e nell’archivio del card. Tisserant furono conservate lettere inviate da Montini al KGB in cui indicava nomi e movimenti sacerdotali che esercitavano clandestinamente il ministero sacerdotale nei paesi comunisti, quindi documenti con gravissime accuse di favoreggiamento al genocidio. Sempre nel 1954 Montini riunì a Milano una circolo di massoni, anarchici, comunisti, socialisti, artisti e letterati avanguardisti.

 

Dopo l’uccisione di Togliatti il 21 agosto 1964, utilizzò il suo successore Enrico Berlinguer come suo agente diplomatico segreto presso il governo comunista di Hanoi. Si intrattenne inoltre personalmente in lunghe sedute con Gromyko, Podgorny e Mons. Nicodemo, arcivescovo di Leningrado e agente vaticano. Paolo VI di fatto non fu mai neutrale e si schierò apertamente anche durante la guerra vietnamita dove prese posizione diplomatica facendo costruire un ospedale nel solo Vietnam del Nord. Fu protagonista anche nella propaganda di pace post-vietnamita, difendendo però l’idea di disarmo come inteso da Mosca e sostenendo l’avvento di quella creazione massonica e mondialista dell’ONU ed è difficile credere che lo facesse senza piena consapevolezza visto il suo ruolo in questo progetto. Aveva pure sostenuto la precedente Lega delle Nazioni negli anni ’30, contro la posizione della Chiesa.

 

Paolo VI annunciò con incredibile gioia anche la notizia della "rivoluzione culturale cinese", nonostante fosse copiosamente macchiata di sangue innocente, di fatto la più grande genocidio dell'era moderna: <noi vorremmo far sapere alla gioventù cinese con quale trepidazione e con quale affezione Noi consideriamo la presente sua esaltazione verso ideali di vita nuova, laboriosa, prospera e concorde… Noi mandiamo i nostri voti alla Cina, così remota da Noi geograficamente e così vicina spiritualmente… Vorremmo anche, con chi presiede alla vita cinese odierna nel Continente, ragionare di pace, sapendo come questo sommo ideale umano e civile sia intimamente congeniale con lo spirito del Popolo Cinese>.

 

Infine non si può non citare la lunga enciclica di Paolo VI “Populorum Progressio – sullo sviluppo dei popoli”, del 26 marzo 1967, che è talmente intrisa di un profondo marxismo da sembrarne un vero e proprio trattato: <Lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere sviluppo autentico, dev'essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l'uomo. Com'è stato giustamente sottolineato da un eminente esperto: noi non accettiamo di separare l'economico dall'umano, lo sviluppo dalla civiltà dove si inserisce. Ciò che conta per noi è l'uomo, ogni uomo, ogni gruppo d'uomini, fino a comprendere l'umanità intera. [...] È’ come dire che la proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto. Nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario. In una parola, «il diritto di proprietà non deve mai esercitarsi a detrimento dell'utilità comune, secondo la dottrina tradizionale dei padri della chiesa e dei grandi teologi». Ove intervenga un conflitto «tra diritti privati acquisiti ed esigenze comunitarie primordiali», spetta ai poteri pubblici adoperarsi a risolverlo, con l'attiva partecipazione delle persone e dei gruppi sociali. [...] Necessaria all'accrescimento economico e al progresso umano, l'introduzione dell'industria è insieme segno e fattore di sviluppo. Mediante l'applicazione tenace della sua intelligenza e del suo lavoro, l'uomo strappa a poco a poco i suoi segreti alla natura, favorendo un miglior uso delle sue ricchezze. [...] Ma se è vero che un certo «capitalismo» è stato la fonte di tante sofferenze, di tante ingiustizie e lotte fratricide, di cui perdurano gli effetti, errato sarebbe attribuire alla industrializzazione stessa quei mali che sono dovuti al nefasto sistema che l'accompagnava. Bisogna, al contrario, e per debito di giustizia, riconoscere l'apporto insostituibile dell'organizzazione del lavoro e del progresso industriale all'opera dello sviluppo>.

 

E’ veramente arduo trovare un’enciclica papale così politica e maggiormente priva di argomenti spirituali di questa, in cui pare proprio che anche per la Chiesa cattolica sia arrivato infine il momento di togliere Dio dal suo centro per mettervi l’uomo, sostituendo la Fede Cattolica con una specie di neo-umanesimo: <Se il perseguimento dello sviluppo richiede un numero sempre più grande di tecnici, esige ancor più uomini di pensiero capaci di riflessione profonda, votati alla ricerca d'un «umanesimo» nuovo, che permetta all'uomo moderno di ritrovare se stesso, assumendo i valori superiori di amore, di amicizia, di preghiera e di contemplazione. In tal modo potrà compiersi in pienezza il vero sviluppo, che è il passaggio, per ciascuno e per tutti, da condizioni meno umane a condizioni più umane>. 

 

Ma non potendo rinnegare improvvisamente quasi mezzo millennio di lotta all’umanesimo e all’illuminismo anticlericali, Paolo VI si rifugiò in un contorto “umanesimo planetario” “aperto verso l’Assoluto”, lasciando per altro dubbio di quale natura sia: <È’ un umanesimo plenario che occorre promuovere. Che vuol dire ciò, se non lo sviluppo di tutto l'uomo e di tutti gli uomini? Un umanesimo chiuso, insensibile ai valori dello spirito e a Dio che ne è la fonte, potrebbe apparentemente avere maggiori possibilità di trionfare. Senza dubbio l'uomo può organizzare la terra senza Dio, ma «senza Dio egli non può alla fine che organizzarla contro l'uomo. L'umanesimo esclusivo è un umanesimo inumano». Non v'è dunque umanesimo vero se non aperto verso l'Assoluto, nel riconoscimento d'una vocazione, che offre l'idea vera della vita umana. Lungi dall'essere la norma ultima dei valori, l'uomo non realizza se stesso che trascendendosi. Secondo l'espressione così giusta di Pascal: «L'uomo supera infinitamente l'uomo»>.

 

by ActualProof (appuntidiviaggio)

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